Storia della Ceramica Gualdese
Gualdo Tadino è tra i più importanti centri ceramici umbri, universalmente
conosciuta come la "Città della ceramica", i primi documenti, provenienti da
archivi di centri limitrofi, asseriscono infatti che già nel Trecento
ceramisti gualdesi esportavano i loro prodotti in fiere e mercati umbri.
Una caratteristica maiolica gualdese è documentata a partire dal XIV secolo,
mentre l’affermarsi di una vera e propria produzione si avrà a partire dal
XVI secolo, quando emergeranno le prime dinastie di ceramisti locali, dei
Pignani e dei Biagioli.
Il Settecento gualdese sarà caratterizzato dalla
"ceramica bianca", mentre nell’Ottocento cresceranno copiosamente botteghe
ed opifici, ma in realtà questo sarà il secolo di uno straordinario revival
dell’antica tecnica dei lustri metallici ad opera del pesarese Paolo Rubboli
(1838-1890), un’antica tecnica ideata dall’eugubino
Mastro Giorgio Andreoli,
che prevedeva l’applicazione di sostanze fumogene, da cui derivavano tenui
particelle metalliche, ottenendo particolari iridescenze.
 L’Ottocento segna l’inizio di una fortuna che caratterizzerà buona parte del secolo successivo
attraverso il grande nome del Prof. Alfredo Santarelli (1874-1957) e dei
continuatori di Rubboli: Daria, Lorenzo e Alberto, oltre ai nomi di tanti
altri valenti ceramisti locali. La produzione Otto-Novecentesca, policroma a
lustro, è di un’ampiezza davvero eccezionale, si va dall’oggetto artigianale
fino ad esiti di autentica arte, spesso legata ad espressioni che scalano
nel tempo da eclettiche, nobili rivisitazioni dell’antico e dell’opera
d’autore, a raffinate interpretazioni del liberty e del moderno.
Migliaia di gualdesi si sono identificati nella maiolica, intere generazioni hanno dato
il loro apporto all’evoluzione tecnico-artistica, tutta la classe politica
ha vissuto a contatto con la graduale trasformazione da bottega artigianale
a piccola industria. Quel riflesso così accattivante, così misterioso così
incostante, così prezioso quando ben riuscito, ha finito per contagiare le
nuove generazioni che dopo gli anni dell’oblio industriale, con grande
soddisfazione, sono ritornati all’antica tecnica.
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Pala della SS Trinità, 1528ca., dalla chiesa di Serrasanta, ora nella
chiesa di San Francesco, Gualdo Tadino. |

Soc. Luca della Robbia, Piatto da Pompa con ignudo di Michelangelo,
1935-40, Gualdo Tadino, coll. priv. |

Ceramica Alfredo Santarelli, piccolo piatto raffigurante la Madonna con
Bambino Santa Elisabetta e San Giovannino, 1920-30, Gualdo Tadino, coll.
priv. |

Ceramica BAU, Piatto da pompa raffigurante Romolo e Remo, 1970 ca.,
Gualdo Tadino, coll. A.Scassellati. |
La storia di Gualdo Tadino, è dunque soprattutto storia del suo rapporto con quest’arte ,
intrecciarsi di vite, di destini individuali e collettivi con abitudini,
costumi, dei rapporti sociali determinati da un’attività economica, spesso
sconfinata nella pura ricerca del bello per il bello. La ceramica è dunque
da un lato evento storico, che reclama una ricostruzione puntuale di rigore
scientifico e di appassionato slancio culturale, dall’altro manifestazione
artistica che travalica i limiti cronologici delle vicende storiche, per
farsi ammirare come oggetto che ricade sotto la categoria del bello, prima
che del semplice utile.
Ceramica a lustro
Il lustro è un’antica tecnica di decorazione che, attraverso l’applicazione di un impasto di sali metallici e argilla diluito con aceto di vino, e una speciale cottura, produce effetti cromatici iridescenti, di colore giallo oro, rosso rubino, argento. Di origine mediorientale, il lustro ebbe grande diffusione nell’arte ceramica araba, giungendo verso la metà del Quattrocento a Deruta e in pochi altri centri italiani. Non è noto in quale modo, ma sicuramente grazie agli scambi con la Spagna e in particolare con l’isola di Maiorca, da cui anche il nome maiorica, poi maiolica, che nel Rinascimento indicava la sola ceramica lustrata.
Il lustro si applica a pennello sulle superfici di oggetti già finiti, smaltati e cotti, di solito negli spazi appositamente lasciati già dal pittore al momento della decorazione. Così preparati, gli oggetti vengono infornati e cotti per la terza volta.
Si tratta, tuttavia, di una cottura a bassa temperatura, circa 600° C, prodotta in atmosfera riducente, cioè introducendo nel forno sostanze fumogene (legna, ginestre, zucchero, ecc.),che impediscono l’ossidazione dei metalli causando gli speciali effetti di colorazione e rifrazione che contraddistinguono il lustro. Dopo la cottura e un lento raffreddamento, il piatto viene ripulito. Si asportano i residui dell’impasto e di fumo rimasti in superficie e possono così risplendere le metallizzazioni del lustro.
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